Condannati alla prepotenza fiscale

Uno degli handicap dell’Italia, che riduce di molto la sua attrattiva nei confronti di investitori stranieri, è la impossibilità di eliminare il rischio fiscale, anche per il contribuente, persona fisica o impresa, più ligio al suo dovere: di fatto non è possibile mettersi al riparo da un accertamento dagli esiti imprevedibili. Una situazione che esprime una conflittualità endemica tra contribuente e macchina tributaria, la scarsa disponibilità, da entrambe le parti, a rispettare le regole che dovrebbero evitare questi conflitti. Il paradosso, infatti, è che lo stesso legislatore, la stessa Agenzia delle entrate, sono i primi a non rispettare le regole di base che dovrebbero governare uno stato civile. Qualche esempio? Lo statuto dei diritti del contribuente, approvato 16 anni fa e poi violato dallo stesso legislatore migliaia di volte. Emblematica anche la vicenda dello scudo fiscale, un bell’esempio di ripetuto tradimento del patto con i contribuenti, prima introducendo un’imposta di bollo speciale (lo fece Monti nel 2011) per non perdere l’anonimato (che era un elemento essenziale dello scudo fiscale), poi cambiando le carte in tavola e chiedendo il versamento dell’Iva che originariamente era stata esclusa, infine ammettendo che lo scudo richiesto dalle persone fisiche non sanava gli stessi redditi dal punto di vista della società (salvo che il contribuente fosse socio unico e amministratore). Come può uno stato inaffidabile avere l’autorevolezza necessaria per chiedere ai contribuenti di essere compliant?
Anche l’amministrazione finanziaria, che in uno stato di diritto dovrebbe essere un organo imparziale attento a tutelare le ragioni dell’erario quanto i diritti dei contribuenti, in Italia è completamente sbilanciata sull’esigenza di raggiungere gli obiettivi di gettito. Un esempio: dal 1° giugno è in vigore la norma sull’immediata esecutività delle sentenze tributarie. Vuol dire che se l’Agenzia delle entrate viene condannata da una commissione tributaria (succede in un contenzioso su tre) deve restituire il maltolto al contribuente. Ma per rendere concretamente operativa questa norma manca un decreto che deve essere emanato dalla stessa amministrazione finanziaria. Che finora ha fatto finta di niente. Evidentemente ci sono cose più importanti da fare che rispettare le norme pro contribuente.
Ma quello che mette quotidianamente in difficoltà gli operatori è l’ambiguità di una disciplina fiscale caotica e in continua, tumultuosa, evoluzione. Nelle pagine seguenti sono riportati alcuni casi nei quali è impossibile, anche per il consulente fiscale più preparato, fornire un’interpretazione priva di rischi fiscali: pensiamo solo ai casi di imposta di registro sui decreti ingiuntivi emessi in relazione a contratti soggetti a Iva, alla riportabilità oltre l’anno del credito d’imposta emergente a seguito di dichiarazioni correttive a favore del contribuente, alla rilevanza della causa di forza maggiore per la decadenza del bonus prima casa, al cumulo tra sospensione feriale e termine per l’accertamento con adesione: in tutti questi casi ci si trova di fronte a posizioni divergenti da parte dell’amministrazione finanziaria e della giurisprudenza, oppure a sentenze della Cassazione in contrasto tra loro.
Uno strumento per risolvere il problema ci sarebbe, ed è l’interpello preventivo, cioè la possibilità per i contribuenti di sottoporre un quesito all’Agenzia delle entrate per ottenere, in tempi brevi, una risposta vincolante. Purtroppo i numerosi casi di interpello fiscale previsti nel nostro ordinamento prevedono tempi di risposta lunghissimi e comunque sono pensati solo per le società di maggiori dimensioni.
A volte viene persino il dubbio che, nonostante tutti i proclami lanciati in materia di semplificazione fiscale, il mantenimento dell’incertezza fiscale, sia una deliberata strategia per aumentare il gettito. In un paese con una macchina pubblica spesso accusata di sperperare il denaro raccolto dai contribuenti (cosa che non spinge alla fedeltà fiscale) configurare tutti i contribuenti come potenziali evasori aiuta il sistema politico e amministrativo a scaricare una parte delle proprie colpe. Se l’amministrazione finanziaria avesse reale interesse alla semplificazione, invece di far finta di rispondere via facebook sul canone Rai (la promessa era di rispondere a tutti in 24 ore, ma in una settimana sono state postate solo tre risposte in chiaro, e non si capisce perché si pretenda di fornire solo risposte private), si impegnerebbe a riscrivere i codici tributari. Un compito al quale più volte è stata delegata, senza aver mai nemmeno iniziato l’opera. In queste condizioni si può sperare di attirare investimenti stranieri in Italia? Più facile che se ne vadano anche gli imprenditori nostrani.

Fonte: Italiaoggi.it

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...