Fallimenti, si rischia l’abuso di concordato

chapter11

  Le novità introdotte dal decreto crescita (dl 83/2012 convertito nella legge 134/2012), in vigore dall’11 settembre scorso rischiano di essere un pretesto per non pagare i creditori. Infatti, lo spropositato aumento di ricorsi per ottenere i benefici tipici del concordato preventivo sta travolgendo i tribunali italiani e creando un allarme generale nei magistrati.

Il tribunale di Milano, sezione fallimentare, riunito nuovamente in «plenum», dopo le linee guida emanate a settembre, ha provveduto, dopo poco più di un mese, a redigere nuove e integrative linee di comportamento, rese però note solo ora. Non si tratta esclusivamente dell’allarme generatosi a seguito d’«intasamento» degli uffici giudiziari (che hanno visto più che triplicare le domande di concordato preventivo), bensì di evitare l’uso distorto del nuovo «chapter 11» italiano, che permette di ottenere un termine da 60 a 120 giorni per depositare la proposta ed il piano di definizione della crisi dell’impresa.

Per la verità la nuova disposizione che concede con estrema semplicità di ottenere una moratoria dei pagamenti verso tutti i creditori, impediti anche di dare esecuzione a qualsiasi azione di recupero dei crediti e privati altresì dell’efficacia di eventuali ipoteche giudiziali, sta portando anche imprenditori non propriamente in crisi a fare ricorso al pre-concordato. Un atteggiamento che preoccupa i giudici milanesi e che dunque, ha determinato la emanazione del nuovo documento di prassi da adottare.

Attraverso le nuove integrazioni alle linee guida, la seconda sezione civile del tribunale meneghino impone a tutti i giudici impegnati nella valutazione dei ricorsi a loro assegnati di monitorare con attenzione le scadenze e d verificare se sussistono i presupposti sia per dichiarare inammissibili le domande sia per controllare il rispetto dei termini già assegnati ai debitori.

La domanda di pre-concordato (o anche detto concordato in bianco) risulta talmente semplificata, poiché la legge impone al ricorrente di allegare solo i tre bilanci degli esercizi precedenti, che «siccome il tribunale deve valutare, sulla base dei bilanci depositati, la sussistenza dei presupposti soggettivo e oggettivo di accesso alla procedura, occorre sempre valutare con attenzione anche la sussistenza dello stato di crisi/insolvenza».

La valutazione dei bilanci deve essere fatta con estrema attenzione, in particolare l’ultimo, «onde evitare un uso strumentale e abusivo dell’automatic stay da parte di soggetti che, lungi dall’attraversare un vero stato di crisi, vogliano semplicemente non pagare provvisoriamente i propri debiti». Quindi, in tutti i casi dubbi il tribunale ha il potere di integrare l’istruttoria chiedendo al debitore di integrare la domanda e i documenti.

In pratica, una volta tanto, il tribunale milanese si è adeguato alla giurisprudenza più restrittiva di un piccolo tribunale come quello di Tortona, che già con un provvedimento dell’8 ottobre 2012 aveva imposto a un imprenditore di integrare la domanda con elementi non prescritti dall’art. 161, comma 6, l. fall., ma ritenuti utili per verificare che la domanda di concordato con riserva non fosse strumentale a prendere tempo o a non pagare i creditori, che sarebbero poi rimasti aggravati dall’inutile periodo trascorso.

Il tribunale di Milano, poi, evidenzia come sempre più spesso molte società non hanno ancora approvato il bilancio relativo all’anno precedente (nel caso specifico quello al 31/12/2011), cosicché occorre che alla domanda di pre-concordato si presti ulteriore attenzione chiedendo al debitore di depositare una situazione economico-patrimoniale aggiornata riferita a una data antecedente di non oltre un mese la presentazione della domanda di pre-concordato.

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